martedì 8 maggio 2012

La debolezza del programma nucleare iraniano


di Elio Amicarelli

Sull'ultimo numero di Foreign Affairs è stato pubblicato un articolo del Prof. Jacques E. C. Hymans dal titolo Botching the Bomb: Why Nuclear Weapons Programs Often Fail on Their Own -- and Why Iran’s Might, Too. Ho trovato il pezzo intrigante perché propone una prospettiva inconsueta sul programma nucleare iraniano.

Secondo il Prof. Hymans le convenzionali analisi sulla proliferazione nucleare alle quali siamo abituati hanno ormai dimostrato di non essere affatto attendibili. Durante gli anni 90 fu generalmente accolta la stima secondo la quale l'Iran sarebbe riuscito a dotarsi di armi nucleari entro il 2000. Ciò non avvenne ed il termine fu spostato al 2005, poi al 2010 e, recentemente, al 2015. Lo stesso discorso vale per il programma nordcoreano che con il recente ed ennesimo test fallimentare del mese scorso ha mostrato ancora una volta di non essere all'altezza delle preoccupazioni più volte paventate dagli analisti.

A questa osservazione se ne aggiunge una seconda di più ampio respiro: gli studiosi di sicurezza internazionale non sono riusciti secondo Hymans a fornire una spiegazione soddisfacente al declino della proliferazione nucleare riscontrato dopo gli anni 70. Prima degli anni 70, scrive il Professore, sette Paesi su sette hanno avviato e portato a termine con successo dei programmi specifici per l'acquisizione di armi nucleari in un lasso di tempo medio di sette anni. Dopo gli anni 70 invece, solo tre programmi nucleari su dieci sono stati coronati da successo e il tempo medio impiegato è stato di ben 17 anni.

Le due spiegazioni convenzionali di tale fenomeno, quella che fa riferimento all'entrata in vigore del TNP e quella che predilige una spiegazione fondata sull'efficacia della minaccia e dell'uso della forza contro gli Stati che avviavano i loro programmi, non convincono il Professore dell'University of Southern California. Quanto al TNP Hymans sottolinea che questo trattato è diventato un ostacolo di fatto per gli Stati intenzionati a dotarsi di armi nucleari solo dagli  anni 90 in poi. Circa la fallacia del secondo tipo di spiegazione l'autore riporta un esempio che agli occhi del lettore non fatica ad assumere le fattezze di una posizione sull'attuale dibattito sull'Iran:
Contrary to the popular myth of the success of Israel's 1981 bombing of the Osiraq reactor in Iraq, the strike actually spurred Iraqi President Saddam Hussein to move beyond vague intentions and commit strongly to a dedicated nuclear weapons project, which lasted until the 1990-91 Gulf War.
Secondo il Prof. Hymans la spiegazione sarebbe dunque un'altra. Dalla metà degli anni 60 la geografia dei Paesi che aspiravano ad acquisire armi nucleari ha subito un radicale cambiamento spostandosi dal mondo sviluppato al mondo in via di sviluppo. L'innalzamento dei tempi di acquisizione e della percentuale di fallimenti non sarebbe dovuto, come di primo acchito verrebbe da pensare, alla situazione economica di questi Paesi (che anzi a fronte di alti tassi di sviluppo economico hanno spesso finanziato copiosamente i loro programmi nucleari) bensì all'assenza di burocrazie efficienti e all'utilizzo di metodi coercitivi nei confronti di ingegneri, scienziati e tecnici.

A supporto di questa tesi Hymans riporta le vicende del programma nucleare iraqueno e di quello libico. Nel primo caso dopo l'attacco israeliano al reattore nucleare di Osiraq (1981), il governo di Baghdad ha accelerato il suo programma ed implementato le risorse ad esso destinate. L'effetto ottenuto dunque è stato opposto rispetto a quello desiderato dagli israeliani. Ciononostante la gestione autoritaria ed i metodi coercitivi utilizzati nei confronti degli scienziati hanno portato ad un clamoroso fallimento.
For instance, in 1987, he (Hussein Kamel al-Majid) asked Mahdi Obeidi, the leader of the team tasked with building gas centrifuges, how long it would take to get the first one up and running. Obeidi imagined two years but, fearful of displeasing Kamel, said one year. In response, Kamel told Obeidi that he had 45 days. The result was a mad dash that caused the finely crafted, costly centrifuge rotor to crack on its first test run. [...] After the Gulf War, international inspectors were shocked to find many large, well-equipped secret nuclear facilities in Iraq. With all that fancy equipment, Iraq probably could have built the bomb within a couple of years—if it had been able to count on a well-motivated, professional scientific and technical team. 
Quanto al programma nucleare libico abbandonato nel 2003, quando gli ispettori dell'AIEA hanno avuto accesso alle strutture, hanno trovato un gran numero di componenti ancora imballati e mai utilizzati. Stando ad un report rilasciato dal governo degli Stati Uniti nel 2005, nonostante l'acquisizione di importanti tecnologie per il proprio programma nucleare "Libya was unable to put them together and make them work”.

Per concludere, secondo Hymans le lezioni che si dovrebbero trarre dal quadro tracciato sono quattro.  In primo luogo i policymakers dovrebbero imparare a diffidare dalle analisi sul potenziale del programma nucleare iraniano che non tengono esplicitamente conto di fattori quali l'impatto della qualità manageriale ed organizzativa dell'Iran. Allo stesso modo non si dovrebbe fare affidamento su analisi che alla luce di prove minime circa lo svolgimento di attività nucleari sotto copertura assumono a priori la presenza di programmi segreti per la costruzione di armi di distruzione di massa:
Ever since the mid-1990s, official proliferation assessments have freely extrapolated from minimal data, a practice that led U.S. intelligence analysts to wrongly conclude that Iraq had reconstituted its weapons of mass destruction programs after the Gulf War. The United States must guard against the possibility of an equivalent intelligence failure over Iran. This is not to deny that Tehran may be keeping some of its nuclear work secret. But it is simply unreasonable to assume, for example, that Iran has compensated for the problems it has faced with centrifuges at the Natanz uranium-enrichment facility by hiding better-working centrifuges at some unknown facility. Indeed, when Iran has tried to hide weapons-related activities in the past, it has often been precisely because the work was at the very early stages or was going badly.
La terza lezione è che nell'effettuare delle stime circa i termini di raggiungimento della capacità nucleare necessaria a scopi militari di Paesi con scarsa capacità organizzativa e gestionale bisogna tener conto del fatto che grandi problemi possono sorgere anche durante fasi "semplici" del processo:
For instance, based on estimates of the size of North Korea's plutonium stockpile and the presumed ease of weapons fabrication, U.S. intelligence agencies thought that by the 1990s, North Korea had built one or two nuclear weapons. But in 2006, North Korea's first nuclear test essentially fizzled, making it clear that the "hermit kingdom" did not have any working weapons at all. Even its second try, in 2009, did not work properly. Similarly, if Iran eventually does acquire a significant quantity of weapons-grade highly enriched uranium, this should not be equated with the possession of a nuclear weapon.
Infine bisogna stare attenti a non intraprendere azioni che potrebbero ravvivare il fervore nazionalista all'interno del Paese, allineando così la volontà degli scienziati e i desideri del regime:
Traditionally, nonproliferation strategy has revolved around persuading leaders to stop desiring nuclear weapons and depriving nuclear scientists of the tools necessary to build them. But scientists have motivations, too, and policymakers must keep in mind this critical third dimension of nuclear programs' efficiency. The world is lucky that during the past few decades, the leaders of would-be nuclear weapons states have been so good at frustrating and alienating their scientists. The United States and its partners must take care not to adopt policies that resolve those leaders' management problems for them.