sabato 4 gennaio 2014

Cari visitatori, questo blog non è più soggetto ad aggiornamenti. Tuttavia il materiale pubblicato rimarrà online a vostra disposizione. Ringrazio tutte le persone che in questi anni hanno partecipato alla vita di Prospettiva Internazionale. Al momento curo un nuovo blog dal titolo Operational Notes - bits on GIS, Data Analysis and Conflict Studies - che potete trovare a questo indirizzo.

I miei migliori auguri,
Elio Amicarelli - Prospettiva Internazionale - 

sabato 21 luglio 2012

Why Iran Should Get the Bomb - La critica di Colin Kahl e la replica di Kenneth Waltz

Il Professor Colin Kahl (Georgetown University) ha mosso qualche critica all'ultimo articolo di Waltz, Why Iran Should Get the Bomb. Ricordiamo che il Professor Kahl ha già fatto sentire la sua voce sul tema Iran qualche mese addietro. Esponente di un approccio diplomatico alla risoluzione della questione iraniana, egli è autore dell'articolo Not Time to Attack Iran (Foreign Affairs marzo/aprile 2012), eccellente risposta al pezzo-terremoto del suo collega Matthew Kroening, Time to Attack Iran, che ha fatto tanto parlare di sé ad inizio anno.

Kahl non è molto fiducioso circa l'effetto stabilizzante che un Iran dotato di armi nucleari potrebbe sortire sulla regione Medio Orientale. La sua critica si articola su due punti principali: egli rimprovera Waltz di non aver preso in debita considerazione gli obbiettivi strategici dell'Iran, e di non  aver dato una corretta interpretazioni dei fatti storici relativi al confronto tra Stati dotati di arsenali nucleari. Quanto al primo punto, dato il carattere revisionista del regime di Teheran, l'acquisizione dell'arma nucleare si tradurrebbe mercé il raggiungimento di una maggior livello di sicurezza da parte dell'Iran, in un incremento dell'attività terroristica nella regione. Kahl inoltre riprende alcuni eventi della Guerra Fredda per criticare in linea generale (anche se non completamente), l'idea centrale per le teorie della deterrenza che vede negli arsenali nucleari un fattore di  stabilizzazione nei rapporti interstatali. La replica di Waltz è puntuale e lascia emergere, come spesso accade nei dibattiti tra realisti strutturali ed esponenti di altri paradigmi, un disaccordo di fondo sul concetto di stabilità internazionale.

Iran and the Bomb  - Would a Nuclear Iran Make the Middle East More Secure? By Colin H. Kahl and Kenneth N. Waltz

E.A.

mercoledì 20 giugno 2012

Kenneth Waltz - Why Iran Should Get the Bomb

Neanche la pausa estiva può esimermi dal segnalare Why Iran Should Get the Bomb, l'articolo di Kenneth Waltz apparso sull'ultimo numero di Foreign Affairs. Waltz è tra gli autori più studiati nei corsi universitari di Relazioni Internazionali e chi conosce il suo lavoro potrebbe anche limitarsi a leggere il titolo del suo ultimo pezzo per inferirne l'intero contenuto. Tuttavia so che gli affezionati non sapranno resistere, e che alla fine il padre del realismo strutturale strapperà loro anche un sorriso. Kenneth Waltz -  Why Iran Should Get the Bomb - Nuclear Balancing Would Mean Stability

Colgo l'occasione per segnalare alcuni link ai saggi dello stesso autore sul tema della proliferazione nucleare e della stabilità internazionale.




Inoltre, a chi nutre un particolare interesse per il tema, consiglio vivamente Proliferation and International Crisis Behavior (2007) un saggio di Victor Asal e Kyle Beardsley, insignito nel 2007 del premio Nils Petter Gleditsch  dalla prestigiosa rivista Journal of Peace Research (Peace Research Institute Oslo).


E.A.

martedì 29 maggio 2012

Orizzonte Cina maggio 2012

E' disponibile il numero di maggio di Orizzonte Cina, il mensile targato IAI dedicato alle relazioni internazionali e alle dinamiche socio-economiche della Cina contemporanea.

In questo numero
• L’economia cinese verso il riequilibrio
• Banche cinesi in bilico
• Il risveglio dei lavoratori migranti
• Il bilancio dell’Armata popolare di liberazione
• La fragile pax mercatoria tra Cina e Giappone
• La missione cinese di Grilli
• La camicia di forza della “stabilità assoluta”
• Prove di intesa tra Cina e India
• Osservatorio economico

martedì 8 maggio 2012

La debolezza del programma nucleare iraniano


di Elio Amicarelli

Sull'ultimo numero di Foreign Affairs è stato pubblicato un articolo del Prof. Jacques E. C. Hymans dal titolo Botching the Bomb: Why Nuclear Weapons Programs Often Fail on Their Own -- and Why Iran’s Might, Too. Ho trovato il pezzo intrigante perché propone una prospettiva inconsueta sul programma nucleare iraniano.

Secondo il Prof. Hymans le convenzionali analisi sulla proliferazione nucleare alle quali siamo abituati hanno ormai dimostrato di non essere affatto attendibili. Durante gli anni 90 fu generalmente accolta la stima secondo la quale l'Iran sarebbe riuscito a dotarsi di armi nucleari entro il 2000. Ciò non avvenne ed il termine fu spostato al 2005, poi al 2010 e, recentemente, al 2015. Lo stesso discorso vale per il programma nordcoreano che con il recente ed ennesimo test fallimentare del mese scorso ha mostrato ancora una volta di non essere all'altezza delle preoccupazioni più volte paventate dagli analisti.

A questa osservazione se ne aggiunge una seconda di più ampio respiro: gli studiosi di sicurezza internazionale non sono riusciti secondo Hymans a fornire una spiegazione soddisfacente al declino della proliferazione nucleare riscontrato dopo gli anni 70. Prima degli anni 70, scrive il Professore, sette Paesi su sette hanno avviato e portato a termine con successo dei programmi specifici per l'acquisizione di armi nucleari in un lasso di tempo medio di sette anni. Dopo gli anni 70 invece, solo tre programmi nucleari su dieci sono stati coronati da successo e il tempo medio impiegato è stato di ben 17 anni.

Le due spiegazioni convenzionali di tale fenomeno, quella che fa riferimento all'entrata in vigore del TNP e quella che predilige una spiegazione fondata sull'efficacia della minaccia e dell'uso della forza contro gli Stati che avviavano i loro programmi, non convincono il Professore dell'University of Southern California. Quanto al TNP Hymans sottolinea che questo trattato è diventato un ostacolo di fatto per gli Stati intenzionati a dotarsi di armi nucleari solo dagli  anni 90 in poi. Circa la fallacia del secondo tipo di spiegazione l'autore riporta un esempio che agli occhi del lettore non fatica ad assumere le fattezze di una posizione sull'attuale dibattito sull'Iran:
Contrary to the popular myth of the success of Israel's 1981 bombing of the Osiraq reactor in Iraq, the strike actually spurred Iraqi President Saddam Hussein to move beyond vague intentions and commit strongly to a dedicated nuclear weapons project, which lasted until the 1990-91 Gulf War.
Secondo il Prof. Hymans la spiegazione sarebbe dunque un'altra. Dalla metà degli anni 60 la geografia dei Paesi che aspiravano ad acquisire armi nucleari ha subito un radicale cambiamento spostandosi dal mondo sviluppato al mondo in via di sviluppo. L'innalzamento dei tempi di acquisizione e della percentuale di fallimenti non sarebbe dovuto, come di primo acchito verrebbe da pensare, alla situazione economica di questi Paesi (che anzi a fronte di alti tassi di sviluppo economico hanno spesso finanziato copiosamente i loro programmi nucleari) bensì all'assenza di burocrazie efficienti e all'utilizzo di metodi coercitivi nei confronti di ingegneri, scienziati e tecnici.

A supporto di questa tesi Hymans riporta le vicende del programma nucleare iraqueno e di quello libico. Nel primo caso dopo l'attacco israeliano al reattore nucleare di Osiraq (1981), il governo di Baghdad ha accelerato il suo programma ed implementato le risorse ad esso destinate. L'effetto ottenuto dunque è stato opposto rispetto a quello desiderato dagli israeliani. Ciononostante la gestione autoritaria ed i metodi coercitivi utilizzati nei confronti degli scienziati hanno portato ad un clamoroso fallimento.
For instance, in 1987, he (Hussein Kamel al-Majid) asked Mahdi Obeidi, the leader of the team tasked with building gas centrifuges, how long it would take to get the first one up and running. Obeidi imagined two years but, fearful of displeasing Kamel, said one year. In response, Kamel told Obeidi that he had 45 days. The result was a mad dash that caused the finely crafted, costly centrifuge rotor to crack on its first test run. [...] After the Gulf War, international inspectors were shocked to find many large, well-equipped secret nuclear facilities in Iraq. With all that fancy equipment, Iraq probably could have built the bomb within a couple of years—if it had been able to count on a well-motivated, professional scientific and technical team. 
Quanto al programma nucleare libico abbandonato nel 2003, quando gli ispettori dell'AIEA hanno avuto accesso alle strutture, hanno trovato un gran numero di componenti ancora imballati e mai utilizzati. Stando ad un report rilasciato dal governo degli Stati Uniti nel 2005, nonostante l'acquisizione di importanti tecnologie per il proprio programma nucleare "Libya was unable to put them together and make them work”.

Per concludere, secondo Hymans le lezioni che si dovrebbero trarre dal quadro tracciato sono quattro.  In primo luogo i policymakers dovrebbero imparare a diffidare dalle analisi sul potenziale del programma nucleare iraniano che non tengono esplicitamente conto di fattori quali l'impatto della qualità manageriale ed organizzativa dell'Iran. Allo stesso modo non si dovrebbe fare affidamento su analisi che alla luce di prove minime circa lo svolgimento di attività nucleari sotto copertura assumono a priori la presenza di programmi segreti per la costruzione di armi di distruzione di massa:
Ever since the mid-1990s, official proliferation assessments have freely extrapolated from minimal data, a practice that led U.S. intelligence analysts to wrongly conclude that Iraq had reconstituted its weapons of mass destruction programs after the Gulf War. The United States must guard against the possibility of an equivalent intelligence failure over Iran. This is not to deny that Tehran may be keeping some of its nuclear work secret. But it is simply unreasonable to assume, for example, that Iran has compensated for the problems it has faced with centrifuges at the Natanz uranium-enrichment facility by hiding better-working centrifuges at some unknown facility. Indeed, when Iran has tried to hide weapons-related activities in the past, it has often been precisely because the work was at the very early stages or was going badly.
La terza lezione è che nell'effettuare delle stime circa i termini di raggiungimento della capacità nucleare necessaria a scopi militari di Paesi con scarsa capacità organizzativa e gestionale bisogna tener conto del fatto che grandi problemi possono sorgere anche durante fasi "semplici" del processo:
For instance, based on estimates of the size of North Korea's plutonium stockpile and the presumed ease of weapons fabrication, U.S. intelligence agencies thought that by the 1990s, North Korea had built one or two nuclear weapons. But in 2006, North Korea's first nuclear test essentially fizzled, making it clear that the "hermit kingdom" did not have any working weapons at all. Even its second try, in 2009, did not work properly. Similarly, if Iran eventually does acquire a significant quantity of weapons-grade highly enriched uranium, this should not be equated with the possession of a nuclear weapon.
Infine bisogna stare attenti a non intraprendere azioni che potrebbero ravvivare il fervore nazionalista all'interno del Paese, allineando così la volontà degli scienziati e i desideri del regime:
Traditionally, nonproliferation strategy has revolved around persuading leaders to stop desiring nuclear weapons and depriving nuclear scientists of the tools necessary to build them. But scientists have motivations, too, and policymakers must keep in mind this critical third dimension of nuclear programs' efficiency. The world is lucky that during the past few decades, the leaders of would-be nuclear weapons states have been so good at frustrating and alienating their scientists. The United States and its partners must take care not to adopt policies that resolve those leaders' management problems for them.

domenica 22 aprile 2012

Il tricolore slavo. Ciclo "un mondo di bandiere".

Riconoscere le bandiere di gran parte degli Stati slavi europei può risultare una sfida particolarmente insidiosa. Il tricolore orizzontale bianco-blu-rosso che Russia, Serbia, Slovenia, Croazia, Cechia e Slovacchia invariabilmente utilizzano nelle loro bandiere nazionali riduce le differenze a dettagli talvolta veramente minimi. Come se non bastasse, lo stesso tricolore orizzontale è presente sui vessilli di paesi non slavi quali i Paesi Bassi ed il Lussemburgo: in questo caso, la discriminante è l’ordine dei colori. Ma procediamo con ordine.

In effetti, la relazione tra la bandiera russa e quella olandese non si limita alla similitudine cromatica, nè questa può definirsi del tutto casuale. A molti è noto che il tricolore verticale della Francia rivoluzionaria divenne modello per Stati che decisero successivamente di adottare un pattern simile. Lo stesso tricolore italiano è ispirato, nella sua struttura, a quello francese. Tuttavia l’idea del tricolore aveva già preceduto sia la rivoluzione che la fantasia dei francesi. Il tricolore orizzontale era già usato nel ‘500 dalle allora Provincie Unite. Secondo alcuni vessillologi, Pietro il Grande sarebbe rimasto così colpito dalla semplicità geometrica della bandiera olandese (non è chiaro se a seguito di un viaggio in Europa o dopo averla vista su una fregata che proprio da Amsterdam giungeva) da decidere di farne modello per la sua Russia. Tuttavia, essedoci non pochi dubbi sulla verdicità di questa vicenda, è probabilmente più corretto sostenere che sì, la struttura del tricolore orizzontale russo è credibilmente d’ispirazione olandese ma la triade cromatica, sebbene identica, ha un’origine diversamente spiegabile. I colori dello stemma russo, che sarà ufficialmente dichiarato bandiera nazionale nel 1883, altro non erano che colori già presenti nel vessillo di Mosca, raffigurante San Giorgio con un mantello blu su di un cavallo bianco, con alle spalle uno sfondo rosso. Le diverse interpretazioni sul significato di questi colori, come sempre, abbondano.
Russia
Nel 1848 questa triade cromatica venne ufficialmente riconosciuta al Congresso Panslavo come riferimento per i colori panslavi e, quindi, come simbolo del panslavismo. Oggi, quei colori sono presenti in buona parte delle bandiere di Stati a maggioranza slava, tuttavia con significative eccezioni (Bulgaria, Polonia, Ucraina per dirne tre). Con la rivoluzione bolscevica, la bandiera tricolore venne sostiuta dal noto drappo rosso con falce e martello. L’uso del tricolore verra ristabilito solo nel 1991, col crollo dell’URSS.

Croazia
CROAZIA: Lo scudo a scacchi rossi e bianchi, qui posto al centro del tricolore panslavo, risale al ‘500. È orlato in alto da una corona con 5 piccoli scudi che rappresentano (in ordine) le regioni di Croazia antica, Ragusa, Dalmazia, Istria ed infine la Slavonia. Secondo la tradizione, la prima casella della scacchiera in alto a sinistra variava colore a seconda che il Paese fosse in guerra (rosso) o in pace (bianco). Per la bandiera attuale è stato deciso di fissare la prima casella col rosso.

Cechia-Cecoslovacchia
CECHIA: La Repubblica Ceca non ha fatto altro che ereditare la bandiera dello Stato cecoslovacco, dissoltosi nel 1993, sebbene fosse stato decretato che nè la Repubblica Ceca nè la Slovacchia avrebbero dovuto adottarla.

Serbia
SERBIA: Sebbene i colori siano ispirati all'unità panslava, il popolo serbo ha utilizzato la triade già prima del Congresso Panslavo del 1848. La bandiera ha uno scudo sul lato dell’asta con simboli dinastici come l’aquila bicefala ed, inoltre, la croce della Chiesa Ortodossa. È interessante notare che le bande orizzontali seguono l’ordine esattamente inverso rispetto alla bandiera russa. Leggenda narra che i serbi promisero ai russi che avrebbero usato la loro bandiera durante la rivolta del 1804 in cambio di un sostegno ma, purtroppo, dimenticarono l’ordine dei colori.

Slovacchia
SLOVACCHIA: L’ordine del tricolore è identico a quello russo, con l’aggiunta di uno stemma sul lato dell’asta, come per la Serbia. Sullo scudo, la croce patriarcale e la silhouette dei monti Carpazi Tatra, Fatra e Màtra. Sia la doppia croce che i monti richiamano i legami storici tra popolo slovacco ed ungherese, essendo entrambi i simboli presenti anche nella tradizione dello Stato di Ungheria.

Slovenia
SLOVENIA: La bandiera slovena segue l’ordine cromatico panslavo ma diversamente dagli altri casi, ha un’origine autoctona, legata allo stemma della Carniola (nucleo originario dello Stato sloveno, in cui oggi è situata la capitale Lubiana). Presenta inoltre uno scudo con tre stelle, stemma dei Conti di Celje (anche questa in Carniola), che sovrastano il monte Tricorno, in bianco, amato simbolo nazionale. Ai piedi del monte è possibile notare delle linee ondulate in blu che indicano i principali fiumi sloveni, Drava e Sava, che sfociano nell’Adriatico.

BONUS

Province Unite
OLANDA: Quando nel 1581 l’esercito di Guglielmo I d’Orange ottenne la vittoria sulle truppe spagnole di Filippo II e la Repubblica delle Sette Province Unite nacque, fu deciso per essa l’adozione dello stemma del principe d’Orange, che consisteva in un tricolore orizzontale blu, bianco e, naturalmente, arancione.

Paesi Bassi
La bandiera dei Paesi Bassi è sostanzialmente rimasta immutata da allora, eccezion fatta per quell’arancione che, a causa della cattiva tenuta della tinta che tendeva a scolorirsi in rosso, è divenuto definitivamente vermiglio.

Lussemburgo
LUSSEMBURGO: La bandiera lussemburghese e quella olandese sono indistinguibili ad una certa distanza. L’ordine dei colori è lo stesso, seppure in questo caso riferiti allo stemma del Granduca di Lussemburgo. Due unici e quasi impercettibili dettagli differenziano gli stemmi dei due Stati: le proporzioni (1/2 o 3/5 per il Lussemburgo, 2/3 per i Paesi Bassi) e la tonalità del blu (più chiara per il Lussemburgo).


venerdì 20 aprile 2012

Orizzonte Cina aprile 2012

E' disponibile il numero di aprile di Orizzonte Cina, il mensile targato IAI dedicato alle relazioni internazionali e alle dinamiche socio-economiche della Cina contemporanea. 

 In questo numero 
• Lavoratori migranti cercansi 
• Cina nella trappola demografica 
• Interstizi di democrazia a Hong Kong 
• Le religioni in Cina 
• Economia cinese in bilico 
• Mario Monti sotto esame a Pechino 
• Il mantra della stabilità 

In questo numero una nuova rubrica - Osservatorio economico - con dati statistici sulle dinamiche economico-sociali che hanno luogo nella Repubblica popolare cinese.

giovedì 5 aprile 2012

Sarajevo: ricognizione del territorio per la sopravvivenza

In questo saggio tratto dalla sezione Leggere le carte del libro Leggere il tempo nello spazioKarl Schlögel  mette in luce la matrice geografica (umana oltre che fisica) della drammaticità che ha caratterizzato l'interminabile assedio di Sarajevo (5 aprile 1992- 29 febbraio 1996). Questo episodio storico è utilizzato come punto di partenza per giungere a toccare il tema della relazione tra guerra e scienza cartografica.


Sarajevo: ricognizione del territorio per la sopravvivenza

di Karl Schlögel


Sarajevo assediata

Nelle vetrine delle librerie di una Sarajevo dove i membri di organizzazioni internazionali passeggiano accanto ai turisti già tornati è esposta la cartina che mostra la città durante gli anni dell'accerchiamento e dell'assedio, dal 1994 al 1998[1]. Chi la compra si trova tra le mani una carta di guerra. Guarda con gli occhi del nemico dai monti circostanti verso la città che è un grande anfiteatro, un palcoscenico sul quale si può seguire con esattezza ogni movimento e persino, se si tende bene l'orecchio, percepire ogni voce. E vede con gli occhi di chi, assediato, se ne sta giù, in fondo alla conca, e scruta verso l'alto per vedere cosa succede là sopra. Vi sono tracciate le alture da cui furono lanciate le granate sul bazar che, strapieno di gente, si trasformò in un inferno di corpi dilaniati, membra strappate, brandelli attaccati ai parapetti e sangue, sangue ovunque. Il bazar, cinto da case di uno o due piani, centro vitale in cui bisogna recarsi di continuo, in una città che deve approvvigionarsi e cavarsela in qualche modo: il bazar come bersaglio perfetto dove non è necessario essere professionisti per provocare un terribile bagno di sangue. La città con le sue torri, gli edifici a molti piani e le cupole delle chiese, le scuole, le sinagoghe e le biblioteche. Bersagli da manuale per chiunque abbia voglia di mettere le mani sulla città. E così incendiarono palazzi i cui resti oggi sono ancora là , come sculture trash, quasi rinati nella primavera che è tornata a fiorire tutto intorno. Condomini di venti piani con i fianchi sventrati, le inferiate dei balconi deformate, tende che sventolano fuori dalle finestre distrutte dalle fiamme; il grande triangolo di epoca asburgica  che un tempo fu la Biblioteca nazionale, in cui sono bruciati tesori della letteratura bosniaca; case lungo strade alquanto ripide, incendiate e ora aspre fratture sulla linea delle facciate. Che aspetto ha Sarajevo dalla prospettiva degli assedianti? La città è prigioniera nel bacino. Chiunque può usarle violenza, non c'è bisogno di coraggio, soltanto di una posizione favorevole per guardare dall'alto e sparare. E proprio lo sparo non prevedibile è quello che causa il più grande terrore, perché dice che non ci sono più posti sicuri, non c'è più nessuna zona di maggiore o minore sicurezza. L'intero spazio della città è esposto alla stretta degli assedianti. Chi assedia Sarajevo è il conoscitore della città per eccellenza. Vi ha vissuto, vi è andato a scuola, conosce ogni angolo, ogni vicolo, ogni scorciatoia, ogni uscita posteriore. Conosce persino il ritmo della città, i diagrammi di movimento, gli intervalli in cui passano i tram, i treni, gli autobus. I proiettili sono stati sparati da tiratori che conoscono la città intimamente. Soltanto loro colpisco con tale frequenza e precisione. La città viene esaminata dalle colline principali, da rilievi e punti particolarmente favorevoli come il cimitero ebraico oppure la sede della televisione. Da lì parte la grande arteria su cui passava il tram dal centro antico verso la città nuova e l'aeroporto, aperta agli sguardi come su una carta tracciata con particolare accuratezza. Basta percorrerla con il dito, appuntare una nota. Da lì si ha campo di tiro libero fino al centro della città vecchia. I minareti, le torri, le cupole, in poche parole il ben noto profilo è il migliore punto di appoggio, la bussola più affidabile per colpire i punti nevralgici che tengono insieme l'organismo della città: incroci, mercati, fermate dell'autobus, alberghi. Chi domina le colline, domina lo spazio aereo sopra la città e ha dunque il controllo.

Gli assediati devono vedersi con gli occhi degli assedianti se vogliono sopravvivere. Devono conoscere alla perfezione la linea che unisce i tiratori scelti sulle alture al centro della città per oltrepassarla in fretta o con scarti improvvisi. Devono sapere cosa vede il nemico per decidere dove sta la via più o meno sicura: all'ombra degli edifici, su quella strada laterale che non è visibile al nemico, sotto il ponte.Occorre adattare la successione dei propri movimenti alla velocità di reazione dei tiratori scelti. Le piazze aperte, un tempo il cuore urbano, sono ora trappole mortali che vanno evitate a ogni costo, mentre gli antri cittadini, le cantine, i locali dell caldaie, il sistema di gallerie della città moderna, sono diventati il posto più sicuro, quello in cui la città decide di se stessa. Entro la fine dell'anno arriva a compimento ancora una volta una situazione estrema XX secolo: la metamorfosi di una società di cittadini in abitanti di camminamenti e grotte. Se gli assedianti hanno il controllo dello spazio aereo e dunque hanno in pugno la città, agli assediati appartiene il sottosuolo. Lì sono quasi inattaccabili e anche imbattibili se resistono fino all'arrivo degli aiuti. La Sarajevo degli assedianti ha la sua topografia: il monte Iman, la torre della televisione, il cimitero ebraico, Optja e altri punti. Così come la Sarajevo degli assediati: gli ospedali, le chiese, i tunnel. Resteranno indelebili nelle menti degli abitanti. Non hanno bisogno di carte perché sono pratici dei luoghi dell'emergenza e del terreno minato. Le carte di Sarajevo sono disegnate post festum. Per gli assediati di un tempo la conoscenza topografica era essenziale per vivere, anzi per sopravvivere. L'intera popolazione di una città si specializzò in topografia urbana e ricognizione del territorio.

Un antico manuale per futuri ufficiali di stato maggiore descrive così tale sottodisciplina:

Con l'espressione "terreno" si intende una parte della superficie terrestre comprensiva di tutti gli oggetti immobili che vi si trovano sopra. Il terreno costituisce lo scenario della strategia di guerra e condiziona sommamente il movimento, lo schieramento, il combattimento della truppa; in ogni impresa bellica la conoscenza del terreno è quindi di estrema importanza, anzi indispensabile. Lo studio militare del terreno è la scienza che ci insegna a riconoscere correttamente il terreno,. a orientarvisi, a giudicarne in modo adeguato l'idoneità a scopi militari e a riferirne a voce, per iscritto o attraverso disegni in modo tale che chiunque possa farsene una chiara immagine, oltre che saper leggere e giudicare la rappresentazione approntata da altri. [2]

La conoscenza del terreno è una conditio sine qua non del conflitto bellico. Se non decide da sola l'esito della prova di forza nella misura in cui sonon in gioco anche la validità delle armi, l'intelligenza, la mancanza di scrupoli, il coraggio e altro ancora, la scarsa conoscenza del terreno può però avere effetti letali. «Per usare una carta in combattimento è necessario in generale saper leggere le carte alla perfezione.» [3]

Saggiare, misurare e ispezionare il terreno per lo scontro bellico è dunque una delle condizioni fondamentali per la nascita della cartografia; altre sono il commercio, le scoperte, la navigazione in mare, i pellegrinaggi, il rilievo di terreni e paesaggi.

Il nesso tra guerra e cartografia è dato e confermato da molti elementi. Il braccio di ferro "ha luogo", ovvero c'è un teatro che ha la sua rilevanza, un territorio che deve essere padroneggiato, minato, occupato, controllato se si vuole sconfiggere l'avversario. Le azioni militari hanno un preambolo e un epilogo; richiedono il trasporto di grandi  contingenti di truppe, non se la cavano senza la logistica dunque senza il "controllo dello spazio" su larga scala. L'intero lessico dello scontro militare è legato al luogo e allo spazio: si parla di punti strategici, terreni, avamposti, fronti, linee di collegamento, postazioni, terrapieni, retrovie, schieramenti, formazioni e così via.

Quasi ovunque la geografia civile è derivata da quella militare, la cartografia civile dalla militare o, comunque, i loro nessi sono oltremodo importanti ed evidenti. Le transizioni sono fluide. Yves Lacoste ha richiamato l'attenzione sul ruolo pionieristico del settore militare per la nascita della cartografia. [4] La misurazione topografica del continente nordamericano seguì la colonizzazione bianca, che fu una cacciata compiuta con le armi, anzi uno sterminio delle popolazioni autoctone. Molti rilevamenti topografici - come quelli della Scozia o della costa meridionale dell'Inghilterra - vennero fatti a causa di un conflitto militare: il primo fu la battaglia di Culloden nel 1746, il secondo la minaccia di Napoleone. L'instaurazione del dominio sull'India è impensabile senza la misurazione del subcontinente indiano. Non sarebbe stato possibile condurre le guerre moderne come guerre di massa senza milioni di carte: il solo Map Service statunitense ne produsse circa cinquecento milioni durante la seconda guerra mondiale. La riproduzione dello svolgimento delle battaglie e la ricostruzione dei combattimenti nella stampa di massa non potevano più fare a meno delle illustrazioni cartografiche. Gli scontro bellici, come la guerra di secessione americana oppure il conflitto franco-tedesco, hanno dato impulsi notevoli allo sviluppo della cartografia. L'accademia militare statunitense di West Point fu a lungo antesignana anche per lo sviluppo della cartografia civile, mentre al contrario le istituzioni civili, come la sezione dedicata alle mappe della New York Public Library, sono state impegnate di continuo per generare sapere cartografico utile alla guerra. [5] Helmut von Moltke (1800-1891), capo di stato maggiore della Prussia, fu fortemente impressionato da Carl Ritter, ricevette la sua formazione cartografica al Bureau topografico dello Stato maggiore e con le sue conquiste di Costantinopoli e del Bosforo calcò una terra di nessuno dal punto di vista geografico. [6] «Difficile trovare un capo dell'esercito che non abbia portato a termine la sua scuola di topografia.» [7] La tradizione cartografica, in alcuni paesi particolarmente sviluppata, ha spesso un retroterra militare - per esempio la solida tradizione cartografica ungherese non è comprensibile senza la storia della riconquista del bassopiano pannonico durante le guerre ai turchi protrattesi per secoli. [8] Simili considerazioni si possono fare anche sulla ragguardevole tradizione della cartografia militare russo-sovietica e la sua funzione pionieristica per la cartografia civile.

Che le carte militari siano affidabili o meno è una questioni di vita o di morte. Ne vanno di mezzo migliaia di vite umane, vittoria o sconfitta. Perciò le carte militari - soprattutto quelle che riproducono fortezze, ponti, zone di frontiera, passi - vengono considerate segreto di stato e come tali custodite. Le raccolte di carte erano conservate in sezioni di massima sicurezza e coperte da una totale segretezza. «Se una pila di carte del genere andava perduta interamente o in parte, la truppa si ritrovava tradita e venduta.» [9] Consegnarle poteva comportare l'accusa di alto tradimento e la pena capitale. La falsificazione di carte e la disinformazione cartografica sono sempre state armi essenziali. Negli stati totalitari, come l'Unione Sovietica stalinista, la cartografia era un mestiere rischioso, per non dire che poteva costare la vita, in quanto destava facilmente il sospetto di sabotaggio o spionaggio. Per decenni nell'URSS disegnare carte fu un segreto di Stato. Carte delle linee costiere, corsi dei fiumi, tracciati stradali e ferroviari, il rilevamento di determinato edifici, ponti, centrali elettriche, dighe di sbarramento e confini scomparivano del tutto dall'uso pubblico. Neanche nelle società "occidentali" è permesso o gradito fotografare e mappare certi siti d'interesse militare. Tali divieti e obblighi sono rimasti intatti persino nell'epoca della fotografia satellitare ad alta definizione. 

Le rappresentazioni cartografiche hanno rivestito un ruolo centrale nella guerra psicologica durante la guerra fredda. I sovietici producevano sistematicamente piante di città false in cui mancavano strade e palazzi mentre gli americani elaboravano le piante delle metropoli sovietiche più precise di quei tempi. Si giunse così alla graduale scomparsa delle rappresentazioni cartografiche esatte e di conseguenza, si potrebbe dire, alla scomparsa della memoria topografica di un'intera società che non possedeva più un'idea adeguata e viva di se stessa, dei propri confini, di assi principali e centri. Qualunque visitatore dell'Unione Sovietica nella sua ultima fase ha vissuto sulla propria pelle la perdita di una rappresentazione cartografica adeguata. Non esistevano più piante della città anche solo grosso modo corrette e significative. Le carte esposte nei vagoni ferroviari mostravano il paese che si stava attraversando non nel complesso, ma sempre soltanto lungo il corridoio delle stazioni che venivano toccate dal treno - il che produceva una angusta visione da tunnel del "vasto Paese". Eppure la militarizzazione della cartografia, dunque la rappresentazione della superficie terrestre nell'ottica della schermaglia militare e della riservatezza, è in ultima analisi soltanto l'interpretazione adeguata di una società che si crede in stato di assedio permanente e ininterrotto. Ciò che un tempo era iniziato come conoscenza del terreno, come accertamento - necessario alla sopravvivenza - delle condizioni di uno scontro di rilievo politico internazionale, culminò in una sorta di "cartografia della paranoia". Era l'indizio di una progressiva perdita di realtà, perdita che fu a sua volta una delle ragioni del definitivo crollo del sistema.

Note:

[1] Mappa di Sarajevo: Sudada Kapi, Ozren Pavlovi, Drago Resner, Nihad Kresevljakovi, Emir Kasumagi, Sarajevo, 1996.
[2] Terrainlehre, 1.
[3] M. Eckert-Greifendorff, Kartographie. Ihre Aufgaben und Bedeutung fur die Kultur der Gegenwart, Berlin 1939, p.335.
[4] Y. Lacoste, Geographie und politisches Handeln. Perspektiven einer neuen Geopolitik. Berlin 1990.
[5] Cfr. S. Ludman-Bliebe, "Room Service! The Map Division at 42nd Street and Fifth Avenue Serves New York's Throngs", in: Mercator's World, settembre-ottobre 1999.
[6] Su Moltke cfr. anche: L. Zogner (a c. di),  Carl Ritter in seiner Zeit, Staatsbibliothek Preussischer Kulturbasitz, cataloghi della mostra 11, Berlino 1979.
[7] M. Eckert-Greifendorff, op. cit. p.327.
[8] Conversazione con il prof. Istvàn Klinghammer, Budapest, gennaio 2001.
[9] M. Eckert-Greifendorff, op. cit. p.327.

venerdì 30 marzo 2012

Orizzonte Cina marzo 2012

E' disponibile il numero di marzo di Orizzonte Cina, il mensile targato IAI dedicato alle relazioni internazionali e alle dinamiche socio-economiche della Cina contemporanea.

 In questo numero
 • Febbri maoiste
• Mr. Xi va a Washington
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giovedì 29 marzo 2012

La muraglia e i libri

di Jorge Luis Borges

He, whose long wall
the wand'ring Tartar bounds...

Dunciad, II, 76

Lessi, giorni addietro, che l'uomo che ordinò l'edificazione della quasi infinita muraglia cinese fu quel Primo Imperatore, Shih Huang Ti, che dispose anche che venissero dati alle fiamme tutti i libri scritti prima di lui. Il fatto che le due vaste imprese - le cinque o seicento leghe di pietra opposte ai barbari, la rigorosa abolizione della storia, cioè del passato - procedessero da una persona e fossero in certo modo i suoi attributi, inesplicabilmente mi soddisfece e, al tempo stesso, m'inquietò. Indagare le ragioni di quell'emozione è il fine di questa nota.

Storicamente, nessun mistero si cela nelle due misure. Contemporaneo delle guerre di Annibale, Shih Huang Ti, re di Tsin, ridusse in suo potere i Sei Regni e annientò il sistema feudale; eresse la muraglia, perché le muraglie servivano di difesa; bruciò i libri, perché l'opposizione invocava la loro testimonianza per elogiare gli antichi imperatori. Bruciare libri ed erigere fortificazioni è compito comune dei principi; la sola cosa singolare in Shih Huang Ti fu la scala sulla quale operò. E' quanto lasciano intendere alcuni sinologi, ma io sento che i fatti che ho riferiti son qualcosa di più di un'esagerazione o di un'iperbole di disposizioni ordinarie. Recingere un orto o un giardino è cosa comune; non così, recingere un impero. E neppure è una bagattella pretendere che la più tradizionalista delle razze rinunci alla memoria del suo passato, mitico o vero. Tremila anni di cronologia avevano i cinesi ( e in quegli anni, l'Imperatore Giallo e Chuang Tzu e Confucio e Lao Tzu), quando Shih Huang Ti ordinò che la storia cominciasse con lui.

Shih Huang Tu aveva esiliato sua madre perché di cattivi costumi; nella sua dura giustizia, gli ortodossi non videro altro che un'empietà; Shih Huang Ti, forse, volle distruggere i libri canonici perché questi lo accusavano; forse, volle abolire tutto il passato per abolire un solo ricordo: l'infamia di sua madre. (Non diversamente un re, in Giudea, fece uccidere tutti i bambini per ucciderne uno). Questa congettura è attendibile, ma non ci dice nulla della muraglia, della seconda faccia del mito. Shih Huan Ti, secondo gli storici, proibì che si menzionasse la morte e cerco l'elisir dell'immortalità e si recluse in un palazzo emblematico, che constava di tante stanze quanti giorni c'è nell'anno; questi dati suggeriscono che la muraglia nello spazio e l'incendio nel tempo furono barriere magiche destinate ad arrestare la morte. Tutte le cose vogliono persistere nel loro essere, ha scritto Baruch Spinoza; forse l'imperatore e i suoi maghi credettero che l'immortalità è intrinseca e che la corruzione non può penetrare in un orbe chiuso. Forse l'Imperatore volle ricreare il principio del tempo e si chiamò Primo, per essere realmente il primo, e si chiamò Huang Ti, per essere in qualche modo Huang Ti, il leggendario imperatore che inventò la scrittura e la bussola. Questi, secondo il Libro dei Riti, dette il loro vero nome alle cose; allo stesso modo Shih Huang Ti si gloriò, in iscrizioni che son rimaste, del fatto che tutte le cose, sotto il suo impero, avessero il nome che loro si addice. Sognò di fondare una dinastia immortale; ordinò che i suoi eredi si chiamassero Secondo Imperatore, Terzo Imperatore, Quarto Imperatore, e così all'infinito... Ho parlato di un proposito magico; si potrebbe anche supporre che erigere la muraglia e bruciare i libri non siano stati atti simultanei. Ciò (a seconda dell'ordine che preferissimo) ci darebbe l'immagine di un re che cominciò col distruggere e poi si rassegnò a conservare, o quella di un re disingannato che distrusse quel che prima difendeva. Entrambe le ipotesi sono drammatiche, ma difettano, a quel che ne so, di base storica. Herbert Allen Giles narra che coloro che occultarono libri furono marcati con ferro rovente e condannati a costruire, fino al giorno della loro morte, la smisurata muraglia. Questa notizia favorisce o permette una altra interpretazione. Forse la muraglia fu una metafora, forse Shih Huang Ti condannò coloro che adoravano il passato a un'opera vasta come il passato, e altrettanto vana. La muraglia forse fu una sfida e Shih Huang Ti pensò: "Gli uomini amano il passato e contro codesto amore non posso nulla, e nulla possono i miei carnefici, ma un giorno ci sarà un uomo che senta come me, e costui distruggerà la mia muraglia, come io ho distrutto i libri, cancellerà la mia memoria e sarà la mia ombra e il mio specchio e non lo saprà." Forse Shih Huang Ti circondò della muraglia l'impero perché sapeva che questo era effimero e distrusse i libri perché capiva ch'erano libri sacri, ossia libri che insegnano ciò che insegna l'universo intero o la coscienza di ogni uomo. Forse l'incendio delle biblioteche e l'edificazione della muraglia sono operazioni che in modo segreto si annullano.

La muraglia tenace che in questo momento,e in tutti, proietta su terre che non vedrò il suo sistema d'ombre, è l'ombra di un Cesare che ordinò che la più riverente delle nazioni bruciasse il suo passato; è verosimile che quest'idea ci tocchi da sola, indipendentemente dalle congetture che permette. (La sua virtù può consistere nell'opposizione del costruire e distruggere, su un'enorme scala.) Generalizzando il caso precedente, potremmo inferirne che tutte le forme contengono la loro virtù in se stesse e non in un "contenuto" congetturale. Questo concorderebbe con la tesi di Benedetto Croce; già Pater, nel 1877, affermò che tutte le arti aspirano alla condizione della musica, che non è altro che forma. La musica, gli stati di felicità, la mitologia, i volti scolpiti dal tempo, certi crepuscoli e certi luoghi, vogliono dirci qualcosa, o qualcosa dissero che non avremmo dovuto perdere, o stanno per dire qualcosa; quest'imminenza di una rivelazione, che non si produce, è, forse, il fatto estetico.

Buenos Aires, 1950

La vicenda Daisey: sogni cinesi e giornalismo occidentale

Devo dire che mi sono veramente divertito negli ultimi giorni nel vedere i giornali di tutto il mondo redarguire e prendere le distanze da quel bontempone di Mike Daisey. Ovviamente il divertimento sta nel fatto che si tratta principalmente degli stessi giornali che precedentemente avevano dato spazio al suo The Agony and the Ecstasy of Steve Jobs, performance in cui venivano denunciate le condizioni di lavoro degli operai cinesi della Foxconn. Nel suo lavoro Daisey ha inventato ed esagerato molti particolari ed ora è messo alla berlina. Il New Yorker ha un bell'articolo sulla vicenda firmato Leslie T. Chang, già autrice del libro  Factory Girls: From Village to City in a Changing China che tanto ho apprezzato. L'articolo dal titolo Do Chinese Factory Workers Dream of iPads? lo trovate qui, di seguito riporto alcuni passaggi interessanti:
Chinese workers are not forced into factories because of our insatiable desire for iPods. They choose to leave their farming villages for the city in order to earn money, to learn new skills, to improve themselves, and to see the world. And they are forever changed by the experience. In the latest debate over factory conditions, what’s been missing are the voices of the workers. 
[...] 
Journalistic coverage of Chinese factories, in contrast, plays up the relation between workers and their products. Many articles calculate how long a worker would have to labor to buy the item coming off his production line; an entry-level worker on an iPhone assembly line, for example, would have to shell out two and a half months’ wages for one. But how meaningful is this calculation? I recently wrote an article for The New Yorker (about reading habits in China), yet I can’t afford to buy an ad in the magazine. So what? I don’t want an ad in The New Yorker, just as these workers do not necessarily desire iPhones. Their reckonings are different: How much money can I save at this job? How long should I stay? And later: How much do I need to buy an apartment or a car, to get married or put my child through school?
Dal mio punto di vista la vicenda di Mike Daisey non riguarda solo un pessimo modo di fare informazione,  bensì è un episodio che tocca un tema più generale riguardo a chi l'informazione dovrebbe acquisirla. A mio modo di vedere non è raro infatti che il taglio dei prodotti d'informazioni si adegui ad i gusti di un'opinione pubblica spesso più incline alla ricerca dell'emozione piuttosto che alla comprensione di tematiche apparentemente così distanti. 

Elio Amicarelli

martedì 27 marzo 2012

Facebook e imperi coloniali


di Elio Amicarelli e Jessica Di Salvatore

Immagini come questa spesso alimentano le suggestioni cosmopolite di chi crede che nell'epoca dei social network l'analisi storica e geopolitica siano diventate chiavi inadeguate alla comprensione della nuova geografia delle relazioni umane.

L'Economist ha pubblicato delle mappe tematiche molto interessanti che mostrano il grado di connessione tra utenti Facebook di quattro ex imperi coloniali, Gran Bretagna, Francia, Spagna e Portogallo con il resto del mondo. Alla mappa delle connessioni per ognuno di questi Stati ne è associata una seconda che illustra il rispettivo impero coloniale.

Se ci concentriamo sui pattern delle connessioni per il continente africano, notiamo un buon grado di coincidenza con le storiche direttrici di espansione coloniale francese (ovest-est) e britannica (nord-sud).

Francia e Africa. A sinistra le colonie, a destra  le connessioni Facebook
UK e Africa. A sinistra le colonie, a destra  le connessioni Facebook
Il caso francese è molto più evidente rispetto a quello britannico; questo richiama alla mente la differenza tra i modelli coloniali di questi due Stati europei. L'approccio assimilazionista ed il controllo diretto sul territorio che hanno caratterizzato l'esperienza coloniale francese sembrano spiegare il permanere di un forte legame culturale con gli Stati dell'Africa occidentale che si manifesta in un elevato grado di connessione tramite il social network. In corrispondenza dell'asse di espansione coloniale britannico Cairo-Città del Capo, il grado di contatti Facebook tra utenti francesi e africani subisce un drastica battuta d'arresto: Fashoda crisis rules. L'approccio indiretto del colonialismo britannico restituisce nella mappa dell'Economist un pattern di connessioni più distribuito e meno definito che, per risultare più chiaro, necessita l'utilizzo di una mappa tematica più approfondita sulle modalità di controllo e amministrazione delle colonie.

Analoghe osservazioni possono essere fatte sulle ex colonie spagnole e portoghesi in Africa. Tuttavia risulta più interessante considerare la regione centro e sud americana.

Spagna e Sud America. A sinistra le colonie, a destra le connessioni Facebook
Portogallo e Sud America. A sinistra le colonie, a destra le connessioni Facebook 

Il trattato di Tordesillas (1494) e, successivamente, quello di Madrid (1750) avevano definito la linea di demarcazione tra i domini portoghesi (ad est) e spagnoli (ad ovest) in America meridionale. La geografia delineata da questi trattati, come nel caso francese e britannico, ha avuto dei risvolti culturali e linguistici profondi: l'ammontare delle connessioni tra utenti Facebook sudamericani con quelli portoghesi e spagnoli ricalcano nettamente la linea di spartizione coloniale. Allo stesso modo, è possibile notare una stretta relazione tra l'influenza spagnola in America centrale e le connessioni Facebook.

A questa lettura "coloniale" si potrebbe affiancare una possibile osservazione circa il fatto che i quattro Stati europei presi in esame hanno tendenzialmente più connessioni Facebook extra-europee che inter-europee. Questa configurazione potrebbe portarci a pensare, in termini storici, ad una scarsa incidenza del percorso d'integrazione europea sulle relazioni tra i cittadini del vecchio continente. Così Walter Russell Mead ha commentato: politically, ‘Europe’ is a fiction. Those former colony-metropole bilateral ties aren’t.. Tuttavia bisogna fare attenzione e non fare il passo più lungo della gamba. I dati rilasciati da Facebook e rappresentati nelle carte dell'Economist potrebbero in questo caso portarci a delle conclusioni sbagliate. Non sappiamo infatti se i dati rappresentati siano stati normalizzati o meno. In effetti osservando le carte verrebbbe da pensare che i dati non siano stati normalizzati. Ecco perché, per fare un esempio, la Somalia che ha un'utenza Facebook totale di circa 80.000 persone (dati checkfacebook.com) ha un colore molto intenso nella carta tematica della Gran Bretagna; tuttavia il numero effettivo di connessioni dalla Somalia potrebbe essere di gran lunga inferiore a quello di un Paese europeo come l'Italia che ha circa 22.000.000 di utenti Facebook ma nella carta tematica ha un tono molto chiaro.

lunedì 26 marzo 2012

Conflitti internazionali e auto-organizzazione verso la criticità

di Elio Amicarelli da Relazioni Internazionali -modelli e teorie-

I. 

In passato ho già avuto modo di parlare del lavoro di Lewis Fry Richardson, pioniere dello studio sistematico della guerra. Uno dei risultati più interessanti presentati dallo studioso in Statistics of Deadly Quarrels (1960), libro dedicato all'indagine statistica di alcuni temi cruciali legati alla guerra, è sicuramente l'individuazione di una chiara power law nella distribuzione di probabilità dei conflitti interstatali. Utilizzando un dataset con riferimento al periodo 1820-1945, Richardson scoprì quella che con molta probabilità rappresenta una delle più forti regolarità nella politica internazionale: la relazione tra frequenza e magnitudine dei conflitti internazionali si conforma ad una legge di potenza secondo la quale per ogni aumento di 10 volte dell'intensità del conflitto (misurata in numero di vittime) la sua frequenza diminuisce approssimativamente di un fattore 3. La scoperta di Richardson ha dunque ampliato al campo dei conflitti internazionali il dominio di quei fenomeni (come ad esempio la distribuzione della popolazione nelle città o l'utilizzo delle parole nei linguaggi naturali) la cui frequenza si adegua alla descrizione fornita dalla legge di Zipf.


Cumulative Frequency Distribution of Severity of Interstate Wars, 1820-1997.  Source: COW data.  Cederman 2003.
II. 

In un articolo del 2003 dal titolo Modeling the Size of Wars: From Billiard Balls to Sandpiles, Lars-Erik Cederman ha riconfermato l'esistenza della power law (R-squared = 0.985) per il dataset Correlates of War (COW) in riferimento al periodo 1820-1997 e, contestualmente, ha proposto un modello di simulazione ad agenti GeoSim in grado di fornire una spiegazione plausibile (ed espliciatamente non assoluta ed esaustiva, nelle parole dell’autore) per tale distribuzione.

La categoria teorica di riferimento attorno alla quale ruota il saggio di Cederman è quella di auto-organizzazione verso punti critici (SOC). I sistemi che esibiscono un comportamento critico auto-organizzato sono caratterizzati da un repentino cambiamento di stato a livello macroscopico, determinato non già da variabili di controllo esterne al sistema, bensì da interazioni che avvengono a livello microscopico tra le componenti del sistema stesso e che lo conducono verso punti di criticità. In generale la caratteristica SOC si riscontra in sistemi dinamici in cui, mercé l’azione congiunta di feedback negativi e positivi, si genera un processo di accumulo di energia-raggiungimento della soglia critica-rilascio di energia. In How Nature Works: The Science of Self-Organized Critically (1996), il fisico danese Per Bak ha utilizzato il comportamento dei mucchi di sabbia come esempio paradigmatico per questi sistemi. Se creiamo un mucchio di sabbia tramite un flusso continuo di granelli, esso si svilupperà fino a raggiungere dei punti di criticità in cui si verificheranno delle valanghe di diversa intensità. L'aspetto affascinante della faccenda è che, indipendentemente da fattori sottoposi a controllo esterno (come ad esempio la velocità di aggiunta della sabbia) la dimensione e la frequenza delle valanghe si adeguerà ad una precisa legge di potenza. Messa in altri termini, non possiamo prevedere quando ci sarà la prossima valanga di sabbia, ma sappiamo benissimo in che misura si verificheranno valanghe di grandi, medie e piccole dimensioni.

Per modellare il Sistema Internazionale come sistema dinamico in cui i conflitti interstatali sono una manifestazione di criticità autorganizzata, nella simulazione GeoSim vengono implementati due meccanismi principali. In primo luogo, gli Stati sono scoinvolti in un processo di innovazione tecnologica che, volendo fare un parallelismo con l’esempio dei mucchi di sabbia, rappresenterebbe il flusso di granelli. Cederman traccia questo accostamento servendosi del ruolo che la tecnologia riveste nel framework sistemico indicato da Robert Gilplin in War and Change in World Politics (1981). Secondo Gilpin l’innovazione tecnologica è soggetta a cicli di concentrazione-diffussione e, proprio nei momenti di concentrazione in cui alcuni Stati godono di un significatico vantaggio tecnologico rispetto altri (che si traduce in un abbattimento dei costi per l’estrazione di risorse e in una maggiore capacità di proiezione di potenza), viene a crearsi una condizione favorevole per lo scoppio dei conflitti internazionali. Il secondo meccanismo implementato nella simulazione concerne il modo in cui lo scoppio di un conflitto altera il calcolo strategico di parti non ancora coinvolte. L’aspetto preso in considerazione nella simulazione è quello della adiacenza territoriale, reputato da gran parte della letteratura empirica una causa significativa nel processo di diffusione dei conflitti. Non viene presa in considerazione invece l’influenza che le alleanze sortiscono sul processo di diffusione dei conflitti, aspetto reputato fondamentale dall’autore ma riservato all’analisi di studi successivi.

Fig. 2 Da sinistra verso destra 3 schermate della simulazione GeoSim rispettivamente al momento 500, 668 (in cui tre guerre sono in corso) e 10500.

III. 

Dopo aver inquadrato la relazione tra frequenza e magnitudine dei conflitti interstatali nella categoria analitica SOC, Cederman valuta la bontà della teoria sviluppata nel modello comparando i risultati forniti dalla simulazione computazionale con quelli dell'analisi statistica della power law in riferimento al periodo 1820-1997. Nonostante un certo grado di sensibilità rispetto ai parametri scelti per la simulazione, il modello è in grado di riprodurre una distribuzione di frequenze cumulate molto simile a quella dei dati storici. Nel successivo procedimento di calibrazione e validazione del modello (per l'analisi del quale rimandiamo il lettore al saggio in esame) viene mostrata la robustezza di tali risultati in relazione alla costruzione e alle ipotesi del modello stesso.


Riferimenti

BAK P., How Nature Works: The Science of Self-Organized Critically, Copernicus Press, 1996. 

CEDERMAN L., Modeling the Size of Wars: From Billiard Balls to Sandpiles, The American Political Science Review, Vol. 97, No. 1 (Feb., 2003), pp. 135-150.

GILPIN R., War and Change in World Politics, Cambridge University Press, 1981.

RICHARDSON L. F., Statistics of Deadly Quarrels, Pacific Grove, 1960.

giovedì 22 marzo 2012

La dichiarazione ONU sulla Siria


Mercoledì 21 marzo il Consiglio di Sicurezza ONU ha approvato una dichiarazione presidenziale sulla questione siriana e sul sostegno all’inviato speciale in Siria Kofi Annan. Stavolta, nè la Russia nè la Cina hanno espresso voto contrario. Tuttavia, alcune osservazioni vanno fatte, soprattutto su quest’apparente cambio di rotta della Russia.

Una dichiarazione presidenziale è una tipologia di atto giuridico scelto dal CDS ogni qualvolta il veto inamovibile di almeno uno dei membri permanenti renda impossibile l’approvazione di una risoluzione. Per questa ragione le dichiarazioni presidenziali necessitano, per passare, del mero consenso dei membri del Consiglio, unanime ma non esplicito. Tuttavia, il fatto che la dichiarazione presidenziale non abbia carattere vincolante non confuta il fatto che il sì russo rappresenti in ogni caso un passo avanti sulla questione siriana. Questo per una ragione su tutte: quando il 17 febbraio scorso l’Assemblea Generale era decisa a mettere al voto una risoluzione contro il regime siriano, la Russia ha confermato il no già espresso un paio di settimane prima in sede CDS. La risoluzione dell’Assemblea, approvata, era da un punto di vista legale non vincolante tanto quanto lo è la dichiarazione presidenziale; di conseguenza la Russia, se avesse voluto mostrarsi ancora fermamente contraria al coro della comunità internazionale, avrebbe dovuto opporsi anche a questo testo in modo esplicito.

D’altra parte, va sottolineato che le critiche della Russia alle risoluzioni proposte ad ottobre e febbraio sembravano più basate su forma e qualche contenuto, che sul principio. Per dirla in altri termini, il linguaggio diplomatico della dichiarazione è probabilmente sembrato ai russi più consono ed accettabile. Valgano due esempi su tutti. La risoluzione proposta a febbraio prevedeva il supporto al piano di transizione proposto dalla Lega Araba, secondo il quale Assad avrebbe dovuto cedere la sua piena autorità ad un deputato che avrebbe collaborato col governo di unità nazionale. Essendo la deposizione di Assad inaccettabile per la Russia, la riformulazione del problema della transizione utilizzata nella dichiarazione presidenziale, non citando in alcun modo l’eventuale sostituzione di Assad e lo spauracchio del regime change, risulta decisamente più appropriata. Secondo, la risoluzione di febbraio prevedeva anche che nel caso di mancata implementazione della risoluzione stessa entro 21 giorni, il CDS avrebbe preso in considerazione “ulteriori misure”, evidentemente sanzioni (economiche o militari). Nessuna deadline invece nel testo approvato. Ulteriori “passi” verranno valutati sulla base di quanto sarà riportato dall’inviato in Siria Kofi Annan. Secondo i diplomatici, “passi” sarebbe meno minaccioso di “misure” e l’assenza di deadline evita di fare del testo un ultimatum.

Sostenere che la Russia abbia definitivamente deciso di appoggiare le decisioni del Consiglio o della comunità internazionaleda qui a venire è una conclusione certamente affrettata. Conformemente, i commenti successivi all’approvazione della dichiarazione non hanno lasciato trapelare nessun grande entusiasmo per il risultato ottenuto. Un passo modesto, secondo l’ambasciatore USA presso le Nazioni Unite Susan Rice, ma pur sempre un passo avanti.

domenica 4 marzo 2012

Seeing Around Corners

da Relazioni internazionali - modelli e teorie -

In un interessantissimo articolo apparso nel 2002 sulle pagine web del The Atlantic, Jonathan Rauch ripercorre alcuni lavori fondamentali nel panorama contemporaneo delle Scienze Sociali Computazionali. L'autore illustra in modo semplice e coinvolgente la storia ed il funzionamento di alcuni tra i più famosi Agent-Based Models: il modello di segregazione di Thomas Schelling, Sugarscape ed il modello di conflitto civile di Joshua Epstein, la A-society di Ross Hammond, le A-firms e A-cities di Robert Axtell. L'articolo, di carattere divulgativo e scritto con competenza, riesce ad appassionare perché la disamina dei modelli computazionali è ben intessuta attorno al tema portante della scoperta della complessità e della natura emergente di molti fenomeni sociali.

sabato 18 febbraio 2012

Orizzonte Cina febbraio 2012

E' disponibile il numero di febbraio di Orizzonte Cina, il mensile targato IAI dedicato alle relazioni internazionali e alle dinamiche socio-economiche della Cina contemporanea.

In questo numero
• La nuova strategia militare Usa vista da Pechino
• ThinkINChina - La politica estera del Drago bifronte
• Successione al vertice e lotta fra fazioni in Cina
• L’industria cinese verso un nuovo modello di sviluppo
• Italia-Cina verso un partenariato a tutto campo
• Yìdàlì | 意大利 - Il rating dell’Italia secondo Pechino
• Cineresie - Migranti senza salario e Stato taumaturgo
• Rimpiangere le biciclette a Pechino
• Lessico Popolare | 盛世 , shengshi - “Età della prosperità” e Anno del Drago

mercoledì 15 febbraio 2012

Putin “l’eterno” candidato al Cremlino, riassunto delle puntate precedenti

di Matteo Zola

Il 3 dicembre scorso si è votato in Russia per il rinnovo del Parlamento. Doveva essere una passeggiata per Vladimir Putin, candidato premier di Russia Unita, ma la Russia è uscita dalle urne meno unita di quanto ci si attendesse. All’indomani del voto già i primi exit poll vedevano il partito di Putin crollare dal 60% al 47% dei consensi. I primi risultati ufficiali attestavano Russia Unita al 50,1%, appena il necessario per avere la maggioranza assoluta alla Duma. Un risultato poi aggiustato al 49,32%, una correzione al ribasso che è suonata come l’ammissione di una sconfitta. Approfittando dell’apparente momento di debolezza le opposizioni hanno attaccato Putin e alcuni movimenti democratici hanno portato in piazza circa centomila persone il 10 e il 24 dicembre scorso.

mercoledì 8 febbraio 2012

Una rassegna sulla Siria

La scommessa russa sulla Siria. Sul blog che cura per The American Interest, Walter Russell Mead ha delineato un buon background politico entro il quale leggere il veto posto dalla Russia alla risoluzione del Consiglio di Sicurezza del 4 febbraio.

La Russia vuole fermare la primavera araba. Ce lo spiega Dmitri Trenin, direttore del Moscow Center of the Carnegie Endowment for International Peace. In una prospettiva russa, dove l'Occidente vede diritti umani e democrazia, il Cremlino vede geopolitica.

Proxy war. Diversi analisti, tra i quali Marc Lynch (FP) e Jayshree Bajoria (CFR), hanno evidenziato che il fallimento del tentativo di raggiungere una posizione comune in sede ONU si tradurrà nel perseguimento autonomo di interessi politici che peggiorerà la situazione siriana inasprendo e prolungando il conflitto.

Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei. Daniel Kaufmann della Brookings Institution, nel commentare le ragioni del veto russo e cinese, taglia con l'accetta: "Yet such veto should not surprise observers. The governments of Russia, China and Syria have common interests and protecting the human rights of their own or each other citizens is not high on their agendas".

Assad è pazzo? A dicembre, Bruce Bueno de Mesquita rispondeva a questa domanda rifacendosi all'impianto teorico sviluppato nel libro scritto insieme ad Alastair Smith The Dictator's Handbook. Secondo Bueno de Mesquita, il fatto che il sistema politico siriano dipenda da una ristrettissima cerchia di individui (circa 3600 su una popolazione di 23 milioni) spiega l'elevato grado di violenza nella repressione della protesta e pone il fenomeno della corruzione al centro di un'analisi sugli elementi di forza del regime. Con o senza Assad, nel lungo periodo (tra i 2 ed i 5 anni), conclude l'analista, la Siria è probabilmente destinata ad avviare un processo di riforme.

sabato 4 febbraio 2012

La Merkel va in Cina: crisi del debito e Iran le questioni sul tavolo

di Chiara Radini

Niente male come prima settimana dell’Anno del Dragone: la Cancelliera tedesca sceglie Pechino come meta della sua prima visita all’estero del 2012 e negli stessi giorni l’Economist sottrae la Cina alla macro-sezione Asia, inaugurandone una nuova dedicata esclusivamente al Regno di Mezzo (come già accade per gli USA). Entrambi eventi carichi di significato, che per certi aspetti segnano un’inversione di rotta nell’approccio europeo alla Cina, mentre per altri ne sottolineano la scarsa lungimiranza.

Leggi questo articolo su Meridiani - Relazioni Internazionali

venerdì 3 febbraio 2012

Il caso Twitter: internet tra idealismo e realpolitik

di Elio Amicarelli

In questi giorni abbiamo appreso dai giornali che Twitter e Google hanno deciso, per ovvi motivi legati alla logica di mercato, di offrire i loro servizi rispettando la sovranità degli Stati. La censura dei contenuti sarà effettuata in modo selettivo sulla base dei diversi quadri normativi nazionali. La notizia è stata accolta con sgomento e riportata per la maggiore con un taglio ben distinto. E' frequente imbattersi in commenti in cui l'uccellino e big G vengono accusati di servilismo e di aver tradito dei valori  che, secondo i commentatori, queste due aziende dovrebbero difendere e rappresentare. "E' come se l'acqua si sposasse con il fuoco" ha osservato qualcuno.

Un tale approccio ci mostra quella che è una diffusa e distorta rappresentazione della realtà secondo cui la Rete (rigorosamente al singolare) debba per forza di cose coincidere ed incarnare determinate idee. Ovviamente in quest'ottica ci si aspetta che tali idee guidino le scelte compiute dai cda dei servizi più gettonati del mondo. A mio avviso sulla valutazione della qualità politica di internet e dei suoi servizi più popolari ha regnato sovrana fino ad oggi una sistematica confusione tra realtà e fantasia.

Essendo un prodotto della tecnica occidentale, internet ha trovato in Occidente l'epicentro del suo sviluppo. Questa condizione, mercé le tendenze universalistiche del pensiero occidentale, ha portato molti a confondere quella che è stata una fase iniziale caratterizzata da un'egemonia culturale dettata dalla geografia e destinata ad essere messa in discussione a seguito dell'allargamento dei confini dell'utenza, con un'innata e imprescindibile vocazione idealista di certi servizi.    

La realtà è che Internet è un'infrastruttura: un mezzo e non un'ideologia. In quanto tale la rete non è altro che tecnica, tecnica che può essere utilizzata in diversi modi e per perseguire diversi fini politici. E' in questo quadro che dobbiamo muoverci per immaginare quali direzioni prenderanno in futuro le relazioni tra politica e reti informatiche. Il 15 luglio del 2010, in tempi non sospetti, pubblicavo su questo blog un articolo dal titolo Cina, internet, sicurezza, globalizzazione: di cosa stiamo parlando? in cui scrivevo:
Essendo diverse le esigenze politiche e le forme di governo, nonché gli assets culturali in cui le politiche vanno ad inserisi, in Occidente e in Cina probabilmente assisteremo alla creazione di due metodi diversi di tutela della sicurezza nazionale. Quando questo complesso di norme e procedure in ambo i lati dovesse raggiungere una definizione tale da rendere palese il diverso funzionamento di due sistemi, ci troveremmo dinanzi ad un mondo che riconosce (e probabilmente non accetta) l'esistenza di due reti. Oggi invece si tende a pensare ad internet come ad un unico concetto in linea con i valori dell'Occidente. "Internet è un mezzo di libertà, chi limita la rete limita la libertà", questa associazione tra mezzo e idea così diffusa nell'opinione comune di oggigiorno, in futuro potrebbe non risultare più così immediata. Ci sono buoni motivi per pensarlo.  
Successivamente nell'articolo questa osservazione veniva collegata alle diverse concezioni nazionali di spazio pubblico, all'estensione del concetto di spazio pubblico ad internet e alla rilevanza del controllo informatico ai fini della sicurezza nazionale. E' un articolo abbastanza prolisso e volutamente ardito ma, anche alla luce dei fatti e delle reazioni degli ultimi giorni, continuo a pensare che contenga validi spunti di riflessione.

Paul Kagame, la Francia e il genocidio

di Laura Aguzzi

È un ciclone giudiziario di grande portata storica e diplomatica quello che si è abbattuto il 10 gennaio 2012 sulle relazioni tra Ruanda e Francia e sul ruolo giocato da quest’ultima durante il genocidio del 1994. Dopo 18 anni di tensioni, verità non dette e tesi negazioniste, l’inchiesta del giudice francese Marc Trevidic sembra spazzare via definitivamente le supposizioni che volevano i Tutsi istigatori del loro stesso massacro.


MINORANZE: “Lo sai che ci sono i coreani in Uzbekistan?”

di Matteo Zola

La mia ragazza torna a casa e mi dice: “Lo sai che ci sono i coreani in Uzbekistan?“. La guardo e penso che abbia bevuto, generalmente confonde la Slovacchia e la Slovenia, Samarcanda con Trebisonda, e i paesi in -stan sono per lei tutti uguali. Quindi “i coreani in Uzbekistan” mi lasciano sconcertato. “Eh?” le faccio. “Sì li hanno mandati i russi, quando c’era Stalin in Corea del Nord”. Tiro un sospiro di sollievo: “Stalin in Corea del Nord” mi tranquillizza visto che la nascita della Corea del Nord è stata ratificata nel 1948. Così faccio qualche ricerca che qui condivido con voi.

giovedì 2 febbraio 2012

The Economist dà spazio alla Cina

Solo oggi mi accorgo che il settimanale The Economist ha deciso di dedicare in pianta stabile uno spazio alla Cina. Mi è piaciuto l'articolo di presentazione di questa scelta editoriale The paradox of prosperity, nel quale si pone l'accento sul fatto che la vera sfida per la Cina odierna risieda nella necessità di compiere un ulteriore mutamento del (ma io direi nel)  suo modello sistema Paese. Nell'articolo non ho potuto fare a meno di notare quello che forse è un dubbio utilizzo della parola superpotenza ma, a parte questo, sono sicuro che la prospettiva spiccatamente liberista del The Economist non mancherà di stimolare riflessioni e prossimi dibattiti.  

venerdì 27 gennaio 2012

Philo-Atlas. Vie di fuga

In Leggere il tempo nello spazio - Saggi di storia e geopolitica - Karl Schlögel mostra al lettore veri e propri esercizi di narrazione storica in cui il rapporto di preminenza tra tempo e spazio, un rapporto che nel  metodo storiografico è tradizionalmente sbilanciato a favore del primo termine, viene ribaltato. In alcun casi, come nel saggio che qui propongo, il lettore viene trascinato in un'attività di ricostruzione storica incentrata su una meticolosa fisiognomica degli oggetti. Da mere cose inanimate sopravvissute ad un periodo trascorso atlanti, tappeti e marciapiedi si tramutano in depositari della memoria e testimoni eloquenti degli avvenimenti del XX secolo. Oggi, nel Giorno della memoria, desidero condividere uno di questi preziosi saggi.


Philo-Atlas. Vie di fuga
di Karl Schlögel 

Per Walter Laqueur che nel novembre del 1938 fuggì sulla Gerusalemme del Lloyd Triestino.

Distanze da Berlino in chilometri illustrate nel Philo-Atlas. Handbuch für die jüdische Auswanderung
Nel 1938 a Berlino venne pubblicato il Philo-Atlas : Handbuch für die jüdische Auswanderung [Filo-Atlante. Manuale per l'emigrazione degli ebrei]. Per questo atlante, notevole e unico nel suo genere, vale lo stesso discorso di molte carte geografiche: quando uscì era già superato. La cartina politica riporta ancora la Cecoslovacchia che nel corso del 1938 scomparirà dalla scena. Non era un dettaglio trascurabile per gli utenti del manuale che volevano informarsi sulle vie di fuga dalla Germania hitleriana. La Cecoslovacchia, che aveva rappresentato un così importante riparo per profughi e viaggiatori in transito dalla Germania, non esisteva più. Sugli scopi del manuale scriveva l'autore:
Il Philo-Atlas - allo stesso tempo opera di consultazione, carta geografica e raccolta di tabelle - è un dizionario ebraico specializzato, spiccatamente legato ai tempi attuali, della collana dei Philo-Lexica. I movimenti migratori ebraici dei nostri giorni hanno completamente trasformato la vita degli ebrei e hanno allargato di molto la sfera d'azione dell'assistenza sociale ebraica. Il singolo ebreo si trova di fronte a compiti e decisioni che richiedono una mole di conoscenze sia generali sia specificamente ebraiche. Il Philo-Atlas vorrebbe aiutare a trovare una risposta alle innumerevoli nuove domande. Ambisce a essere un prontuario per gli emigranti, una guida per gli immigrati e un anello di congiunzione tra gli emigrati e le persone rimaste.
A un primo sguardo quelle del manuale, ordinate alfabeticamente, sembrano voci qualsiasi, tanto che potrebbero essere contenute anche in altre opere di consultazione. Per esempio vi si trovano parole chiave come auto, norme d'ingresso, ferrovia, aeroplano, geografia, porto, capitale, industria, vita ebraica, cartina, clima, agricoltura, diritto, circolazione, economia. Ma presto diventa chiaro che tutte le definizioni che si possono reperire nelle solite informazioni di viaggio assumono tutt'altro significato dal punto di vista dell'emigrante. Proprio nell'articolo dedicato all'emigrazione, Aunswanderung, l'ottica è subito evidente. Vi si scrive:
Emigrazione significa di norma un cambiamento radicale di tutte le circostanze usuali: in genere nel paese d'immigrazione il clima, l'ambientazione, la lingua e i costumi, le prospettive professionali e le condizioni politiche sono totalmente diversi da ciò cui si è abituati, anche spostandosi all'interno dell'Europa. Perciò l'emigrazione pone sfide immani per la capacità di adattamento fisico, mentale e psicologico; ne sono pienamente all'altezza per lo più soltanto individui giovani.
Da tale prospettiva tutto acquisisce un altro senso. Le disposizioni per l'ingresso non sono una mera procedura burocratica fastidiosa, bensì formalità da cui dipende la sopravvivenza. Rispetto ai tempi di pace durante i quali  ci si preoccupa dell'organizzazione delle vacanze, il funzionamento delle ferrovie e dei collegamenti navali, così come la raggiungibilità delle città portuali, segnalano se è possibile fuggire in tempo dal raggio di azione delle autorità nazionalsocialiste oppure no. I ragguagli sulle capitali non servono a istruire il turista, bensì a trasmettere quegli indirizzi dove si servono i documenti necessari alla sopravvivenza, visti, affidavit, permessi di transito. Le informazioni sulle industrie sviluppate in ciascuno dei paesi non servono, come succede di solito, ad avviare rapporti di affari, bensì ad indicare dove possono trovare lavoro gli abitanti dell'Europa  centrale con le loro specifiche qualifiche professionali. Si tratta dunque di un compendio dell'imprescindibile. Sotto la lettera A troviamo le voci: cessione (Abtretung), affidavit (Affidavit), acclimatazione (Akklimatisierung), ufficiale sanitario (Amtsarzt), obbligo per conto terzi (Anbietungspflicht), registrazione, permesso di lavoro concesso dalla polizia, permesso di soggiorno, uffici di consulenza per l'emigrazione, estradizione, emigrazione, espulsione. E' un alfabeto dell'urgenza che traccia una nuova topografia. A fronte della regolamentazione via via più costrittiva della Germania tratta il tema di dove trovare il miglior rifugio.

Sotto "Uffici pubblici di consulenza per l'emigrazione" troviamo come indirizzi importanti: Berlino W 9, Linkstr. 15, I; Brema, Dechanastr. 15, II; Breslavia, Friedrichstr. 3, I; Dresda A, I, Schloßstr. 1; Francoforte sul Meno, Braubachstr. 27, I; Amburgo 36, Kaiser-Wilhelm-Str. 110; Karlsrhue, Karlstr. 38; Colonia, Ubierring 25; Königsberg, Prinzenstr. 5; Lipsia N 22, Friedrich-Karl-Str. 22; Monaco, Kanalstr. 29, II; Stoccarda, Danzinger Freiheit (Haus des  Deutschtums); Vienna 1, Herrengasse 25 (Ufficio austriaco della migrazione).

I paesi, elencati in ordine alfabetico, acquisiscono importanza a seconda se accolgano ancora persone intenzionate a emigrare. Tra questi si trovano paesi che in meno di due o tre anni verranno occupati dalla Wehrmacht. E tra questi, paesi che diventeranno trappole da cui non ci sarà via di scampo. E molte delle città che nel manuale compaiono ancora come luoghi di fuga - per esempio Riga o Kaunas - saranno meta di deportazioni.

Sotto la voce "Professione" è significativo soltanto quali mestieri sono richiesti e possono essere svolti in un probabile paese di accoglienza - i liberi professionisti hanno le più basse probabilità di successo -, se ci si debba stabilire nelle capitali in cui è presente un'offerta esorbitante di lavoratori specializzati oppure nelle città di provincia dove scarseggiano.

La voce "Elettricità" dà informazioni su situazioni pratiche come l'uso di utensili domestici in altre culture, la voce "Disinfezione" tratta le questioni complicate che si pongono quando degli europei si ritrovano da un giorno all'altro in altri mondi, a loro ignoti - all'Equatore, nel Pacifico, nell'estremo o vicino Oriente. Inesauribile pare essere la lista dei malanni con cui fare i conti - il compendio delle malattie arriva a costituire la parte più corposa del Philo-Atlas: lebbra, tifo esantematico, malattia di Chagas, bilharzia, beriberi, malattia del sonno, febbre gialla, malaria, maduromicosi, ecc. Vengono messi in evidenza i luoghi da cui è ancora possibile lasciare l'Europa, in una particolare topografia della fuga: Brema, Lisbona, Rotterdam, Trieste. Si parla di procedure burocratiche e ineluttabili come «tassa sulla fuga dal Reich» e «masserizie in trasloco» o «somma da esibire»: «Importo in denaro in valuta straniera che va esibito alle autorità competenti da parte dei soggetti in entrata nel paese al momento dello sbarco, senza che debba essere depositato. Ha lo scopo di assicurare agli ufficiali per l'immigrazione che l'immigrato dispone di mezzi sufficienti per rifarsi una vita». Si trova una tabella che indica «somme da esibire, depositi di sbarco e costi della vita oltremare».

Le cartine nell'atlante sono disegnate con cura e piacevolmente dipinte: sulla decisione di partire o meno pesano i colori del mappamondo politico, la non appartenenza alla sfera di influenza tedesca e le disposizioni di diritto internazionale differenziate in molteplici modi. La cartina climatica della Terra informa coloro che sono costretti a espatriare da un giorno all'altro su temperature e tasso di umidità all'Equatore - per i nativi del centro Europa che da molte generazioni vivevano alle miti latitudini di Bratislava, Vienna o Berlino, di sicuro una novità assoluta e un'ignota e sconvolgente esperienza. E' rappresentato tutto il mondo coloniale, i grandi continenti dell'America latina e del nord America. Il Sudafrica è presente addirittura con due piante di città, Città del Capo e Johannesburg. Su un planisfero sono registrate le distanze tra Berlino e le nuove destinazioni di fuga: Wellington a 16400 chilometri, Città del Capo 11050 chilometri, Buenos Aires 13250 chilometri, Cuba 9520 chilometri, Shangai 9300 chilometri. E' la carta dell'addio definitivo.

In questo atlante non sono i luoghi e i monumenti da vedere a rivestire un ruolo, bensì le disposizioni per passaporti e visti; non le località turistiche, ma i porti della salvezza; i dati sul clima sono importanti per poter iniziare una seconda vita, non per la scelta del paese con le temperature più gradevoli. E' un vero Baedeker della fuga, un vero Baedeker del XX secolo. Soltanto i bagagli degli emigranti russi dopo la Rivoluzione di ottobre avevano cartine e piani di orientamento simili.

Il manuale del 1938 aiutò molti a sbrigare le procedure necessarie per abbandonare l'antica patria. Il Philo-Atlas non indica le vie da imboccare nel caso in cui i confini siano sbarrati e l'emigrazione legale bloccata. E in questo si nota che l'enciclopedica completezza ed erudizione del Philo-Atlas appartengono ancora del tutto al «mondo di ieri» (Stefan Zweig). Vi traspare la ferma convinzione che tutto si svolgerà in modo ordinato. Vi spira la fiducia in un ordine che sarebbe stato fatale alle vittime che ci credettero.